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Jan Wallentin - La stella di Strindberg

 
L'atto finale di un mistero che sembra antico quanto il mondo. Jan Wallentin propone incontri di vite impantanate nelle loro storie, tutte in attesa della propria svolta. Ma La stella di Strindberg è capace di raccontarci un vero viaggio?

Svezia. Un sub si immerge in un pozzo, ossessionato dal pensiero che nessuno si accorgerebbe della sua scomparsa. Ed è elemosinando attenzioni che fa un ritrovamento inaspettato. Nuovi personaggi spuntano, si affaccendano intorno alla scoperta, ma senza nessun desiderio di scoprire. Tuttavia il meccanismo è già innestato: quando un mistero risorge tornano in superficie brame deluse, progetti incompiuti, vite incapaci di rivolgersi altrove. Una croce e una stella promettono di indicare il segreto della morte, di insegnare la formula della vita. Starà al lettore esplorare insieme ai personaggi un cammino che si snoda fra ricordi, ombre della storia, pericoli e quelli che si propongono come colpi di scena. 

Il romanzo è scritto con piacevole scorrevolezza e non si può negare a Wallentin, giornalista televisivo svedese, una certa capacità di immaginare una vicenda che stuzzichi la curiosità del lettore. Si avvertono però come degli intoppi nel metterne insieme le parti. Anzitutto, quello che vorrebbe essere un ingresso ritardato dei protagonisti si trasforma nell'abbandono di quei  personaggi che aprono l'opera, troppo osservati per poi essere del tutto dimenticati. 

Jan Wallentin
Quando poi entra in scena il complesso dei personaggi principali e dei comprimari, non si capisce se il ricorrere alla descrizione ripetuta di tratti sempre uguali di questi caratteri sia un modo per renderli inconfondibili, per creare un qualche effetto insomma, o se l'autore sia incapace di vederli impegnati in una rosa più ampia di atteggiamenti. Don che cerca nella borsa le sue pillole, ad esempio: un gesto che ritorna lungo tutto il romanzo senza mai rinnovarsi in armonia con la nuova situazione o con un nuovo stato del personaggio. La ripetizione col fine di caratterizzare, di rendere riconoscibile è uno strumento certamente utilizzabile e utilizzato non solo in letteratura, ma non dovrebbe mai risolversi in un'impacciata ripetizione. Comunque, un volta capite le possibili intenzioni, il lettore può benissimo sforzarsi per far funzionare il meccanismo.

Vi sono poi ripetizioni che attraversano più di un personaggio, soprattutto quella del tipo "Si alzò e all'improvviso si accorse di essersi messo a camminare". Non credo sia l'unica maniera per rendere i momenti di rapimento da parte dei pensieri. Ma non sembra così per l'autore.

La storia non manca di suscitare una certa curiosità, come ho detto. Ma sembra poi trascinarsi stancamente. Il finale è esattamente quello che ci si aspetterebbe per un racconto del genere, ma ci si arriva dopo aver esaurito tutte le potenzialità dell'attesa: in breve, il momento di maggiore suspense precede di troppo il finale. Il lettore ha la sensazione di aver letto tutto, mentre ancora restano un centinaio di pagine.

Wallentin è comunque capace di offrire battute di una certa finezza. Mi riferisco sopratutto a quella pronunciata da un tassista:

In guerra la fine arriva troppo rapidamente. [...] L'anima non fa in tempo ad adattarsi, il cambiamento è troppo brusco: un mattino prima è in mezzo al frastuono di tutta quella ferraglia, e corre avanti con ogni fibra di ogni muscolo, e un attimo dopo è tutto finito.
 Una lettura piacevole, non un capolavoro, che non ci risparmia però possibilità di riflessione.


Titolo: La stella di Strindberg
Autore: Jan Wallentin
Tradotto da: Katia De Marco
Casa editrice: Marsilio (Giallosvezia)
Anno prima edizione svedese: 2010
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Commenti

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