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Il fascino di Vermeer

 
Il pittore della luce. Titolo d’onore che Vermeer condivide con altri grandi. Ma, nonostante la luce fosse la grande domanda della sua arte, chissà quante volte fra i pensieri di un ammiratore ne sia stato scoperto uno un po’ spavaldo, subito zittito: non è solo questione di luce.

È il resoconto, il diario di chi si sia appostato in attesa del momento giusto, della luce giusta, lo ammetto. Ma quando la luce va a scoprire una macchiolina vermiglia, come non sentire tutto il peso dei pensieri taciuti, l’elegante sforzo di una mano che sfiora il mento, il timore di sprofondare?


Jan Vermeer, Fantesca che porge una lettera alla signora, 1667 ca.


Si tratta anche di colore. Due lacci di fuoco che scorrono, dimentico cosa siano, mi chiedo se stiano pulsando. 

Dal buio emerge una fronte dal riflesso discreto, sicuramente più discreto del bagliore della lettera, un lampo che squarcia il colore, pizzica l’occhio. È la storia di due sguardi. Per il nostro non c’è spazio.

Vermeer ci ha messi a spiare. Ci riempie di desideri, e non ce ne esaudisce nessuno. Non ci fa ascoltare le parole. Non ci fa toccare i corposi sbuffi gialli, tesi a rubar luce alle pieghe brune, né tantomeno ce ne fa sentire il fruscio. Mai ci farà leggere le macchie dell’anima custodite in quella, accecante, lettera.

Ci tenta, il peccato potrebbe compiersi in un istante. Basterebbe afferrare il fiocco che stringe le perle. Tirarne un lembo. Quanto ci provoca, la luce, quando bagna le perle. 

Ecco, non è solo questione di luce. Si tratta del silenzio che risveglia la vita, quella precipitosa, che scopre e afferra. E la smentisce. Per sempre.

E voi, come descrivereste il fascino di Vermeer?

Commenti

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