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Weir di Hermiston: il capolavoro incompiuto di Stevenson

 

All'alba della disfatta napoleonica, Weir di Hermiston (1894) abbandona il lettore all'improvviso, lasciando di colpo una presa fatta di straordinaria potenza evocativa. Con questo romanzo a metà Robert Louis Stevenson ci ha lasciato la metafora migliore della sua scomparsa.

Scozia, 1814. Il figlio di un rigido giudice, detto "Il giudice impiccatore", e dell'ultima, pia fronda di un selvaggio fusto della piccola aristocrazia scozzese, è seguito sin dall'infanzia nel ribollire di sentimenti e pensieri in lotta, schieramenti misti di ragione e impulso che si fondono e respingono in continui assalti. Il giovane Archie cresce sotto le cure della madre, amando un padre dalla condotta decisa, facile a scambiarsi per una tendenza al sopruso. Esplode la rivolta, quel tentativo di tirar giù il tiranno che conosciamo dalla nascita del mondo, ma che per Archie si risolve in un'umiliante ritirata. Spedito ad Hermiston ad amministrare le terre materne, sarà qui che Archie inizierà la sua storia per non terminarla mai più.

Robert Louis Stevenson (1850 - 1894)

Alla dedica alla moglie dell'autore segue un Prologo che sembra annunciare il destino dell'opera, portando il lettore a conoscere più di quanto gli sarà dato leggere. Da qui Stevenson procede rivelando semplici ma sicure capacità progettuali: la presentazione dei signori Weir, le loro storie, sembrano dosare le componenti che andranno a mescersi nel frutto di un'unione sancita e compiuta per infrangersi definitivamente. Il figlio, Archie, riceve in dote la complessità che di certo Stevenson voleva osservare, indagare, descrivere. Le interazioni tra i personaggi tracciano una storia di gusto ambiguo: un figlio e un padre che non si comprendono, una donna che non sa dimenticare d'esser femmina, un amore, onorando la migliore tradizione, a dir poco impossibile; in questo percorso gli animi dispiegano le loro energie con una potenza e un fatalismo che ci rimandano ad una vocazione romantica, da cui l'autore si lascia acchiappare con insaziabile piacere per poi trascinarsi con lei addosso alle porte della nuova  scienza psicanalitica.

Immaginate un cartello stradale tra i monti in un giorno di nebbia fluttuante; non ho fatto che copiare i nomi che compaiono vagamente sulle frecce, nomi di lontane città ben definite e famose, ora forse adagiate al sole; ma Cristina, si può dire, era rimasta tutto questo tempo ai piedi del cartello, senza muoversi, e avvolta in mutevoli e accecanti volute di bruma.
R. L. Stevenson, Weir di Hermiston, cap. VI

Stevenson non è nuovo ai giochi contrastanti della personalità. Ma sembra qui ritrovare unità la scissione che era stata tanto radicale in Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hide (1886). 

L'autore non si preoccupa di nascondersi. La vicenda si sviluppa, i personaggi si scoprono, ma niente si carica di movimenti impacciati, accelerazioni o bruschi arresti, forzature dall'alto: Stevenson si pone come commentatore, osservatore certamente privilegiato, rinunciando di tornare alla regia, che sembra concludersi nella scelta dei caratteri da far interagire. È testimoniato dalla sua corrispondenza e dalla sua produzione precedente e contemporanea alla stesura dell'opera l'interesse dell'autore per situazioni e personaggi che sceglierà per questo romanzo. Il giudice crudele, il contrasto generazionale si rivelano rispettivamente tipo analizzato con cura e tema vissuto in prima persona, tanto da consentire all'autore di riconoscere quali elementi sarebbero bastati a far sì che la macchina procedesse da sola.

R.L. Stevenson ritratto da J.S. Sargent - 1887

Si può cadere nella tentazione di giudicare eccessivamente patetici certi momenti, troppo intensi. Rientro fra quei lettori che non gradisce l'impeto cieco, raccontato come dimostrazione virtuosistica. Ma quello che qui può sembrare pezzo di bravura non supera mai i limiti dell'intimità. Le esplosioni emotive si generano nei personaggi stessi, si raccontano con le loro parole.

Essa si alzò, una vera donna, con le migliori qualità della donna, dolce, pietosa, nemica del torto, leale verso il proprio sesso, e con tutte le debolezza di quell'adorabile impasto; nutrendo, accarezzando nel cuore intenerito, e silenziosamente lusingando, speranze che sarebbe morta piuttosto che confessare.
R. L. Stevenson, Weir di Hermiston, cap. VIII

Basta osservare la scelta del lessico per capire che a parlare è una domestica. Una domestica nella quale il tipo si frantuma sotto i colpi della femminilità. È l'individuo che resta saldo. È l'individuo che da  si genera.

E tu, qual è il tuo rapporto coi libri incompiuti? Raccontacelo con un commento!

Titolo: Weir di Hermiston
Autore: R. L. Stevenson
Traduzione di: Giovanna Saffi
Casa editrice: Sellerio editore Palermo
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