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Leggiamo il teatro: Shakespeare e Pirandello pt.2

Riccardo II ed Enrico IV


Abbandono dell'identità, rinuncia alla coscienza di sé: questi gli strumenti che il passo del Riccardo II shakespeariano analizzato nel precedente articolo ci ha indicato come gli unici capaci di garantire all'individuo un posto nel mondo. E lì si concludeva dicendo che l'Enrico IV pirandelliano sembra proprio percorrere questa strada.

Una comitiva di giovani signori dei primi decenni del XX secolo organizza una cavalcata in maschera in occasione del Carnevale: ognuno è chiamato a scegliersi un personaggio storico e ad impersonarlo indossando non solo un costume che lo ricordi, ma anche le vicende della sua stessa vita - la sua storia - e quanto della personalità del personaggio scelto sia possibile conoscere. 

Almeno, è così che il protagonista si prepara ad interpretare il suo Enrico IV di Franconia (non Enrico IV di Borbone: l'Enrico IV di cui si parla qui fu Sacro Romano Imperatore fra il 1084 e il 1105; l'altro fu il primo re di Francia della dinastia borbonica, fra il 1553 e il 1610; si faccia attenzione!) a cui fa seguito il travestimento in Matilde di Canossa dell'omonima marchesa, evidentemente intenerita dal dolce sentimento di cui Enrico la fa oggetto. Ma un cuore intenerito non è un cuore contratto, l'amore non lo sta stringendo in alcun spasmo.

Il protagonista (il nome del giovane non viene indicato) cade dal suo destriero durante la cavalcata, sbattendo il capo. Quando si sveglia, il suo non è più un travestimento. Egli è l'imperatore Enrico IV.

Questa folle convinzione viene assecondata da amici e famigliari, che creano intorno al "malato" una vera e propria corte di vassalli stipendiati. 

L'opera comincia vent'anni dopo l'incidente. Alcuni degli amici della comitiva (fra cui Donna Matilde) fanno visita ad Enrico, preparando un tentativo di rinsavimento: ad Enrico compariranno, nel buio della sala del trono, Donna Matilde e la giovane figlia (identica alla madre, quale era al tempo dei fatti) travestite entrambe da contessa Matilde di Toscana: secondo il medico che accompagna il gruppo, questo darà al malato la percezione del tempo trascorso, e lo libererà dal convincimento che nulla sia cambiato, che ogni giorno sia alla stessa distanza del precedente e del successivo da quello famoso dell'Umiliazione di Canossa.


Un piano promettente. Se non fosse che Enrico è rinsavito ormai da otto anni e che la vicenda si concluderà, per lui, con la scomparsa di ogni possibilità di ritorno alla propria identità.

I passi che leggeremo sono tratti dal secondo atto: Enrico ha già incontrato due volte i suoi ospiti (gli amici, che devono ovviamente travestirsi da personaggi del X secolo per presentarsi al pazzo e fare le loro ispezioni, prima di dare inizio allo stratagemma) e, schifato dalla messa in scena, si sfoga coi servitori, rivelando la sua di recita. Iniziamo col breve Monologo alla luna: uno sguardo alla vergine della notte che a me piace immaginare non così diverso da quello che Norma rivolge, sollevando la sua preghiera, alla Casta diva.

Si dovrebbe poter comandare alla luna un bel raggio decorativo... Giova, a noi, giova, la luna. Io per me, ne sento il bisogno, e mi ci perdo spesso a guardarla dalla mia finestra. Chi può credere, a guardarla, che lo sappia che ottocent'anni siano passati e che io, seduto alla finestra non possa essere davvero Enrico IV che guarda la luna, come un pover'uomo qualunque?...
 L. Pirandello, Enrico IV, atto II

Gli dei ci guardano e vedono tante esistenze, così lontane da confondersi come ai nostri occhi si confondono le stelle. Enrico è consapevole del totale disinteresse che il mondo ha nei confronti dell'identità. È così enorme che quando guarda se stesso non può che trascurare il dettaglio, il mondo. L'identità - a questo punto si potrebbe dire proprio l'individuo - è una realtà del tutto intima, che quasi non ha motivo di essere al di fuori dei confini della singola persona. Ecco la famosa "crisi" dell'Uomo novecentesco: la presa di coscienza che il mondo si considera come totalità, del tutto noncurante di quali microscopiche cellule lo compongano.

Ognuno prenderà la propria posizione, in accordo o in disaccordo con questa conclusione. 

Il personaggio vede in ciò la tesi di sostegno a quella che è stata - ed è - la sua scelta di vita, così come la esprime poco dopo il Monologo alla luna, rivolgendosi ai vassalli/servitori/attori esterrefatti.

Dico che siete sciocchi! Dovevate sapervelo fare per voi stessi, l'inganno [...], sentendovi vivi, vivi veramente nella storia del mille e cento, qua alla Corte del vostro Imperatore Enrico IV! E pensare, da qui, da questo nostro tempo remoto, così colorito e sepolcrale, pensare che a una distanza di otto secoli in giù, in giù, gli uomini del mille e novecento si abbaruffano intanto, s'arrabattino in un'ansia senza requie di sapere come si determineranno i loro casi, di vedere come si stabiliranno i fatti che li tengono in tanta ambascia e in tanta agitazione. Mentre voi, invece, già nella storia! con me! Per quanto tristi i miei casi, e orrendi i fatti; aspre le lotte, dolorose le vicende: già storia, non cangiano più, non possono più cangiare, capite?[...] Il piacere, il piacere della storia, insomma, che è così grande!
L. Pirandello, Enrico IV, atto II

Enrico non ha il coraggio di vivere la propria vita, diremmo noi. Enrico approfitta dello sguardo distratto del cosmo per fuggire l'incertezza del futuro, le costrizioni del presente, il rammarico del passato. La storia diventa un magazzino di vite prêt-à-porter. 

Bibliografia: "Sei personaggi in cerca d'autore/ Enrico IV", Luigi Pirandello, Mondadori (Oscar scuola).

Commenti

  1. Riccardo II di Shakespeare Enrico IV di Pirandello. Il primo non riesce a cambiare sé stesso per adattarsi ai mutamenti e soccombe, il secondo è la maschera fissa di chi non accetta i cambiamenti perché li teme e impazzisce in modo consapevole per quanto possa essere paradossale una cosa del genere. Credo che conoscere sé stessi non escluda la possibilità di rinnovare la propria identità purché questo avvenga con consapevolezza. Il desiderio di restare ancorati al passato in quanto sicuro perché già noto alla fine fa diventare schizofrenici. Ciò che ancora ignoriamo potrebbe sorprenderci e rivelarci aspetti della nostra interiorità e della nostra intelligenza che ci aiutino a cambiare quando le circostanze lo chiedono senza rinnegare i nostri principi .Trovo i personaggi entrambi interessanti per la drammaticità con cui vivono il confronto con il momento che vivono in cui è possibile per ciascuno di noi ritrovarsi .

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    Risposte
    1. Io credo che il disagio di questi personaggi sia conseguenza della staticità che essi riconoscono come necessaria ed insita alla loro identità. Il contorno netto, un'immagine di sé sempre coerente con sé stessa, è ovviamente un risultato che rassicura, che crea l'illusione di un'integrità personale che non è stata scalfita nel tempo e che non lo sarà. Ma la realtà è ovviamente un'altra: la staticità non appartiene a questo mondo, se vogliamo dirlo con una massima banale, ma efficace.

      La nostra civiltà ha perso la consapevolezza della molteplicità e del contrasto, che direi essere rispettivamente la sostanza e il moto da cui il mondo è continuamente generato. Non so se conosci Esiodo, grande autore arcaico greco. Nelle sue grandi opere, la "Teogonia" e le "Opere e i giorni", emerge una concezione secondo cui la realtà può essere interpretata riconoscendo al suo interno delle polarità: famoso è l'esempio di una contesa (èris) positiva fra gli uomini, la quale porta al miglioramento, e di una negativa, che invece inasprisce inutilmente l'uno contro l'altro.

      Ecco, l'uomo di Shakespeare, l'uomo di Pirandello, noi stessi abbiamo difficoltà ad accettare la varietà, i contrasti, la dinamicità dell'esistenza. Ovviamente, avendo i due autori riconosciuto questo disagio, l'hanno sotterrato e coltivato, lasciando che producesse due opere molto suggestive, che conducono inevitabilmente il lettore o lo spettatore ad osservare nel proprio intimo rapporto con l'identità (che si realizza nella realtà e, quindi, ne subisce le leggi) gli stessi meccanismi che vengono scoperti nelle due tragedie. L' "Enrico IV" mi colpisce davvero per le posizioni estreme che il protagonista raggiunge e mantiene pur di avere l'impressione di un'identità compatta, addirittura già nota nel suo evolversi perché già appartenuta ad un altro.

      Scusa la prolissità della risposta, grazie per la riflessione!

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  2. Condivido e grazie. Non ho letto le opere ma credo che i brani siano utili proprio a chi si pone il problema dell'identità e di quanto sia complicato costruirla e mantenerne almeno i principi fondamentali.

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