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VADA PURE, SIGNOR GILLES!

 
Antoine Watteau - Gilles (1718-1719)

Chi vuole parlare d'arte deve necessariamente dare delle spiegazioni. Chiarire, ad esempio, come un pittore miscelasse i pigmenti per ottenere quel particolare colore cui sembra essere affezionato. Mimare, tacendo per un istante, un gesto, l'unico in grado di tracciare quelle pennellate. Non è irrilevante, il gesto.

Se il vento, portando le nuvole verso una foresta rigogliosa, cambiasse improvvisamente idea e prendesse a soffiare in direzione opposta, verso una distesa di terra che non ha ospiti, e lasciasse che lì le nuvole piangano le gioie e i dolori di tutto il mondo, forse non cambierebbe molto, ma sicuramente la foresta sarebbe più asciutta, le foglie sarebbero più discrete nell'abusare dell'acqua, che pure ancora abbonda nei tronchi, mentre la terra arida potrebbe essere già stata infranta da un germoglio. Da una parte la sete non fa ancora paura, ma ci si ricorda che è sorella della morte. Dall'altra si è già compiuto quel misterioso atto, la profanazione senza cui sarebbe difficile immaginare anche il nulla. Sembrano scene così simili: il pittore che sceglie di cambiare pennellata e il vento che si volta da un'altra parte.

Ma quando le pennellate sono lì, appena stese o secche ormai da secoli, ancora inesperte nell'accogliere tante attenzioni o ormai arrese all'indifferenza dei più, allora l'arte può anche capitare sotto lo sguardo di chi propriamente non se ne intende, uno che non saprebbe nemmeno da dove partire se volesse fingersi un esperto. Anche ad un tale profano è dato di vederla, l'arte. Ad esempio, neanche la più nera ignoranza può frapporsi fra i suoi occhi e quelli di Gilles.


L'ignorante saprebbe di certo dire che questi occhi non stanno scrutando, non stanno cercando né chiedendo. Non sembrano nemmeno disposti a dare risposte. Ma l'ignorante è curioso, sa che quegli occhi hanno visto, che le palpebre non resterebbero così sospese sulle pupille se queste non fossero soddisfatte, se non si fossero riempite a sazietà di qualcosa. Sono occhi esausti, che non hanno bisogno di sognare i colori dell'avvenire perché il presente è ancora macchiato di quelli del passato. È curioso, e si permette quello che ad un bambino rimprovereremmo come una scortesia. Chiede.


Gilles non può parlare, ma la parola che pronuncerebbe se potesse non sarebbe più eloquente della sua bocca muta. Sorride, e l'ombra che dovrebbe nascondere è invece l'unica a tradire l'angolo dove il labbro si solleva. Quanti ne ha visti di sorrisi simili, quante volte l'ignorante ha lui stesso sorriso in questo modo! È quello con cui ci si compiace di essere vulnerabili quando i sensi, appagati tutti nello stesso istante, ci fanno sentire il mondo per quello che è. Ma anche quello di chi, dopo aver tanto riso, non è ancora tornato a credere che la vita sia tutta vera. È questo non meno del sorriso di chi, al contrario, sta trattenendo il riso, di chi sta solo iniziando ad assaporare l'idea bizzarra di una vita bugiarda.

L'ignorante sa. Le braccia che fingono di cadere, i fiocchi rossi, i piedi che non si guardano. Tutto in Gilles ha voce. È solo in posa, non vede l'ora di correre via.



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