JOSÉ SARAMAGO・CECITÀ Passa ai contenuti principali

JOSÉ SARAMAGO・CECITÀ

 
Un incrocio qualunque. Una scena quotidiana di traffico urbano, uno di quei momenti in cui le città sembrano essere tutte uguali, in cui tutti ci sentiamo sicuri, circondati dai rumori che ci ricordano come, in fondo, non possiamo essere altro che uomini, qualunque cosa accada. Ed è proprio ad un uomo qualunque che spetta di essere il primo a confutare questa certezza. Non solo uomini, ma anche ciechi si può essere, e all'improvviso trovarsi immersi in un mare di latte, quasi la vista ne fosse soffocata.

Un'epidemia di cecità inspiegabile da cui non si può fuggire. Basta che ne resti immune un solo paio d'occhi perché siano leggibili le immagini del terrore e della vergogna, della reclusione e della crudeltà che tanto crediamo lontane. E quegli occhi seguono gli altri, ormai asfissiati, in una quarantena che porta già nel suo nome il marchio dell'inganno. Non saranno quaranta giorni di precauzione, piuttosto un isolamento per niente efficace il cui unico contributo si rivelerà rendere l'esistenza di quelli che un tempo erano uomini non solo un'esistenza vissuta a tastoni, ma anche tastando la merda propria e altrui senza avere speranza di distinguerla, di provare meno ribrezzo. Un ribrezzo che, dopo tutto, non ha più senso.

Ma gli occhi di chi vede sanno che questa è una menzogna. Tale privilegio è dato ad una donna, a lei il compito di far da guida a chi non ha ancora dimenticato che ogni passo porta da qualche parte, a chi nei ricordi sa ancora come trovare la propria strada. A lei la disgrazia di essere testimone di quanto sia falsa l'idea che un uomo cieco possa essere altri che un uomo. A lei e a noi tutti l'occasione di scoprire come il desiderio di palpare ciò che non si può vedere non assopisca la vergogna, come in quel candido latte di cecità non possa annegare l'odio verso chi ci possiede per diritto di forza. L'umanità, quella della fame e del sopruso, della vendetta e della paura, non si spegne.

Saramago non rinuncia alla propria presenza. Apre nel lettore i percorsi della riflessione e dell'immedesimazione con un sistema costruito tramite periodi legati al loro interno da ponti più o meno articolati, in cui non è raro che si fondano pensieri e parole dei personaggi riportati in discorso diretto senza nessuno dei segni grafici canonici ad annunciarli se non il carattere maiuscolo della prima lettera, semplicemente inseriti in incisi contenuti fra virgole.
 Ma era anche il rimorso, espressione esasperata di una coscienza, come si è detto prima, o, se vogliamo descriverlo in termini suggestivi, una coscienza con denti per mordere, ch egli stava prospettando l'immagine derelitta del cieco mentre chiudeva la porta, Non è necessario, non è necessario, aveva detto il pover'uomo, e da quel momento in poi non sarebbe stato capace di fare un passo senza un aiuto.
     
    José Saramago (1922-2010)
Un'impostazione grafica e sintattica che produce un flusso nella cui corrente non scorrono sassolini guizzanti, ma che trascina ciottoli con forma e peso, se non inconfondibilmente definiti, certamente intuibili. Parole scelte che ricamano immagini in possesso di piena facoltà evocativa.

La situazione apocalittica innescherebbe di per sé un movimento di allontanamento dalla realtà. Saramago neutralizza la tendenza con precisione aritmetica, togliendo a tanto tanto con il continuo riferirsi all'esperienza comune che, in quanto tale, non porta in grembo alcun germe di estraneità.

L'angoscia troverà una conclusione nel medesimo senso. È questo il solo modo per spiegarsi un finale che vede la rottura dell'incantesimo, finale altrimenti privo di tratti che possano renderlo paragonabile al resto dell'opera. Non una tensione che scema, ma che scocca uno strale ben indirizzato a degli uomini qualsiasi, fra le gioie e le miserie di una città qualunque.

Titolo: Cecità
Autore: José Saramago
Casa editrice: Feltrinelli (Universale Economica)
Traduzione di: Rita Desti
Prima edizione in lingua originale (portoghese): 1995
Pagine: 276

Commenti

Post popolari in questo blog

Recensione • L'ULTIMO GIORNO DI UN CONDANNATO A MORTE

Un romanzo molto breve, un concentrato di emozioni e tormenti, il tutto raccolto e assemblato per dare vita ad un urlo, ad uno strattone che risvegli negli uomini la consapevolezza che vivere non sancisce il possesso della vita stessa, né della propria, né di quella altrui. Scritto nel 1829 dalla penna del padre del Romanticismo francese, Victor Hugo, L'ultimo giorno di un condannato a morte credo sia uno dei lavori più toccanti e disarmanti che il gusto romantico abbia partorito.

Jan Vermeer・La lattaia

La lattaia (1658 - 61 ca.) è sicuramente uno dei dipinti più famosi di Jan Vermeer. La monumentalità rassicurante delle sue forme, insieme alla grazia del gesto misurato e allo sguardo concentrato, conferisce al personaggio un fascino quasi materno. Una scelta rara se non unica in confronto al resto dell'opera di Vermeer, che preferisce spiare la privata titubanza di giovani spose indecise fra la virtù e il vizio o la pigrizia di padrone assopite, piuttosto che riempirci del sereno conforto di una solida rettitudine.


Il richiamo alla virtù, che spesso in Vermeer assume la forma della Temperanza (raffigurata in allegoria sui vetri colorati delle immancabili finestre), era missione tipica della pittura di genere olandese del XVII secolo: siamo nel "secolo d'oro" delle Province Unite -  "unite" proprio dalla nuova etica della Riforma, anche solo come scusa per l'indipendenza - secolo che fu tale proprio per la piena adesione dei più agli insegnamenti pater…

AUSTEN E DOSTOEVSKIJ: UN INSOLITO CONFRONTO

Ho terminato, tra i pomeriggi di sabato e domenica scorsi, la lettura di "L'abbazia di Northanger", uno dei primi romanzi, e sicuramente il meno famoso, scritti da Jane Austen. In quei due giorni, nei momenti in cui mi concedevo delle pause da quella vispa e loquace distrazione, mi veniva stranamente a trovare il volto di Fëdor Dostoevskyij.  Immaginerai la confusione in cui la mia povera mente si ritrovava: leggevo la composta e calorosa quotidianità della Austen, e il padre di Raskol'nikov mi veniva a bussare alla porta!