ANDRÉ GIDE・L'IMMORALISTE Passa ai contenuti principali

ANDRÉ GIDE・L'IMMORALISTE

 
Una richiesta d'aiuto: e Michel si guadagna già lo sguardo benevolo, amico, del lettore. Ci piace leggere, sentire, sapere che non siamo soli, che i dubbi, peculiari o universali che siano, non risparmino a nessuno quella vertigine che ci scuote quando, allo specchio, non vediamo più soltanto il riflesso di una solida roccia, ma anche la polvere che le sta ai piedi, briciole di quella stessa roccia, mucchi in attesa del loro turno, che il vento li consegni ai loro infiniti destini.

Questo breve romanzo di André Gide procede senza voler stupire,
senza voler trattenere nessuno, semplicemente approfittando dei nostri occhi, come un disgraziato dispone di orecchie amiche che si prestano ad ascoltarlo. È il racconto di Michel a raggiungerle, la sua vita. 

Una gioventù ripercorsa con ampi passi, un ragazzo avviato ad esplorare le culture, le civiltà antiche. Lo attende un futuro di studi, è questa l'eredità del padre, e ci sono tutti i presupposti perché sia un avvenire glorioso. Ma, prima, il matrimonio, il padre non può morire senza saperlo accasato, se ne andrebbe deluso. Ed è proprio durante il viaggio di nozze che Michel si scopre malato. Poco conforto gli viene dalle amorevoli cure di Marceline, la sposina, tutta devota a lui come sempre le parole di Michel ce la presenteranno. 

L'illuminazione: la malattia si sconfigge lottando, bisogna diventare più forti di lei. Si deve partire dal corpo, a lui saranno rivolte tutte le cure necessarie perché riacquisti vigore. È così che Michel dà inizio ad una nuova vita, un'esistenza in cui si osserva più che guardare, si tasta più che toccare, si annusa più che respirare. Il motore, ben presto, non è più l'istinto di sopravvivenza, la malattia è vinta. Adesso c'è l'invidia, l'ammirazione per chi la vita la vive come uomo e come bestia, bruciato dal sole o graffiato dai rovi. Dietro, si cela un'insoddisfazione che fa sempre capolino quando Michel sembra aver trovato la felicità, perché e per cosa vivere. Fino alla fine lo seguiremo, curiosi di sapere quale tesoro, quale scoperta, quale delusione l'abbia portato ad invocare l'ascolto di qualcuno.

La narrazione in prima persona manca ovviamente di offrire uno sguardo panoramico. Impariamo a conoscere Michel dal suo tono, dalle sue pause, dai segni che le emozioni hanno lasciato nei suoi ricordi; i personaggi, per quello che lui vede in loro. Ci resta soltanto la possibilità di intuire la loro totalità tramite dettagli, parole presto giudicate dal protagonista, ma che nei nostri pensieri hanno più spazio per essere ripetute ed esplorate.

Quello che tiene il lettore avvinghiato al testo non è la suspense, l'attesa del colpo di scena, ma l'impressione di stare vivendo insieme a Michel ciò che egli racconta. Ed è impossibile non sentirsi invitati a dare uno sguardo a noi stessi, cosa che ogni buon libro dovrebbe fare dopo averci portato lontano, ricordarci che una vita ce l'abbiamo già, e tutto fa supporre che sia l'unica volta che questa occasione ci verrà concessa.

Io ho letto il romanzo in lingua originale, il francese, per esperimento. La sintassi è accessibile a chi abbia una medio-bassa conoscenza della grammatica. Il lessico ha ovviamente richiesto frequenti letture del vocabolario. La scrittura è sobria, l'espressione è quella di una persona vera che racconta ciò che ha vissuto. Non mancano felici immagini poetiche, come quella che Michel paragona al volto di Marceline, dal viso silenzioso e tranquillo, ma sul quale egli riesce a leggere i moti più tenui: uno specchio d'acqua calma increspata da una brezza. Incanta la semplicità efficace della penna di Gide.

Spero che questo ritorno possa essere gradito a qualcuno. Buone letture!

Titolo: L'immoraliste
Autore: André Gide
Casa editrice: Gallimard (collana Folio)

Commenti

Post popolari in questo blog

Recensione • GIOBBE - ROMANZO DI UN UOMO SEMPLICE

Romanzo strano.  Giobbe - Romanzo di un uomo semplice, sembra (e dico: sembra) non concedersi affatto alcuna licenza dalla semplicità dell'uomo la cui storia, intrisa di affanni, Joseph Roth ha vergato fra le sue righe. Pubblicato nel 1930, è opera di un autore abbastanza singolare, sul quale invito a leggere qualcosa, basta una di quelle biografie che il web ospita. 
A dire il vero, questo romanzo non è rientrato per niente nelle mie aspettative. Ma è altrettanto vero che difficilmente accade il contrario, soprattutto se l'idea che ci si è fatti non solo è priva di alcun legame con l'esperienza diretta dell'oggetto (nel nostro caso, il libro in questione), ma è per di più un'immagine ben nitida e fissa nella nostra mente. Ciononostante, lungi da me dirmi deluso da questa lettura. Romanzo strano (mi ripeto intenzionalmente; tale constatazione mi si è presentata più volte alla mente mentre sfogliavo il libro, quasi una sorta di leitmotiv).

Recensione • L'ULTIMO GIORNO DI UN CONDANNATO A MORTE

Un romanzo molto breve, un concentrato di emozioni e tormenti, il tutto raccolto e assemblato per dare vita ad un urlo, ad uno strattone che risvegli negli uomini la consapevolezza che vivere non sancisce il possesso della vita stessa, né della propria, né di quella altrui. Scritto nel 1829 dalla penna del padre del Romanticismo francese, Victor Hugo, L'ultimo giorno di un condannato a morte credo sia uno dei lavori più toccanti e disarmanti che il gusto romantico abbia partorito.

AUSTEN E DOSTOEVSKIJ: UN INSOLITO CONFRONTO

Ho terminato, tra i pomeriggi di sabato e domenica scorsi, la lettura di "L'abbazia di Northanger", uno dei primi romanzi, e sicuramente il meno famoso, scritti da Jane Austen. In quei due giorni, nei momenti in cui mi concedevo delle pause da quella vispa e loquace distrazione, mi veniva stranamente a trovare il volto di Fëdor Dostoevskyij.  Immaginerai la confusione in cui la mia povera mente si ritrovava: leggevo la composta e calorosa quotidianità della Austen, e il padre di Raskol'nikov mi veniva a bussare alla porta!