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Recensione • L'ULTIMO GIORNO DI UN CONDANNATO A MORTE

Un romanzo molto breve, un concentrato di emozioni e tormenti, il tutto raccolto e assemblato per dare vita ad un urlo, ad uno strattone che risvegli negli uomini la consapevolezza che vivere non sancisce il possesso della vita stessa, né della propria, né di quella altrui. Scritto nel 1829 dalla penna del padre del Romanticismo francese, Victor Hugo, L'ultimo giorno di un condannato a morte credo sia uno dei lavori più toccanti e disarmanti che il gusto romantico abbia partorito. 

L'opera ebbe più edizioni, che Hugo corredò di diverse prefazioni, ed è proprio in una di queste, nella prefazione che accompagnò la quinta edizione del romanzo, che l'autore dichiara di aver scritto " un'arringa [...] per l'abolizione della pena di morte. " Un'altra singolare prefazione è quella della terza edizione, che assume le forme di uno scambio di battute tra commensali dediti a chiacchierare circa l'immoralità del libro in questione, volendo tramite questa mostrare l'assurda e stupida mentalità in cui sguazzava l'opinione pubblica al momento della sua pubblicazione. 

Il romanzo vero e proprio si sviluppa seguendo i pensieri e gli stati d'animo di un non meglio definito condannato a morte, reo di un crimine anch'esso non specificato, secondo una scelta precisa di Hugo, ossia quella di presentare un caso generale, che non faccia distinzioni in base al ceto o alla crudeltà del crimine, sottolineando l'assoluta uguaglianza che la natura ha predisposto fra gli uomini sin dai loro primi passi, dalle loro prime parole, e che sin d'allora gli uomini stessi hanno cercato di celare, di camuffare fino a rinnegarla con pieno convincimento. 

In fondo, siamo tutti condannati a morire. È questo il pensiero che mi è stato ripetuto più volte da chissà che spirito mentre mi abbandonavo alla lettura del libro. In certi punti, mi ha veramente angosciato il delirio soffocante che traspare dai pensieri ivi ritratti. L'uomo è colto in quello che forse è il momento più buio della sua esistenza, più della certezza stessa della propria finitezza: il sapersi vittima prescelta in una folla di vivi. Il tormento, il martellamento che precede l'attimo fatale è figlio indiscusso dell'invidia per il bene più prezioso, l'unico vero bene intorno al quale ruotano tutte le nostre azioni, ossia la pienezza della vita. Non è il vivere che viene rimpianto, ma la spensieratezza, l'incoscienza di chi si compiace di farlo senza poter prevedere quando i suoi sensi verranno meno, quando le sue emozioni sbiadiranno. Qui sta la differenza fra un mortale ed un condannato a morte. Il condannato conta le settimane, i giorni, le ore che lo separano dalla fine. È privato della vita nel momento stesso in cui la Morte gli dà appuntamento. Penso: e chi si vede contare i respiri rimanenti da una malattia? Lo sconforto è diverso. Entra in gioco una differente consapevolezza della propria impotenza. Non so se sia paragonabile sapere che si verrà uccisi dal destino, e ricevere la notizia di che un tribunale di propri simili ha decretato la propria fine. 
In questo quadro si inserisce il messaggio di Hugo, che si rende prontamente conto di quanto possa apparire insensata alla ragione la disperazione di un condannato per mano umana.

La lettura è scorrevole, pur riuscendo a far percepire il caos in cui i pensieri di quello che è già considerato un morto si muovono, e la mente presa da convulsioni febbrili che li genera. 

L'ultimo giorno di un condannato a morte è breve, lo si può terminare davvero in poco tempo. Ma non lo consiglio a chi sia già particolarmente provato, per ovvi motivi.

Buone letture...

Titolo: L'ultimo giorno di un condannato a morte
Autore: Victor Hugo
Traduzione di: Maurizio Grasso
Casa editrice: Newton Compton Editori
Pagine: 120
Prezzo di copertina: € 1,90

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