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SCRIVERE PER SÉ O PER ESSERE COMPRESI ?

 
Un abbraccio a Silvia, sempre generosa di complimenti!

Rieccoci al nostro appuntamento settimanale, nella speranza di riuscire ad organizzare meglio il tempo a disposizione, risparmiando a questo blog ulteriori volgari negligenze. Mentre scrivo, mi immagino seduto a terra, ed il fatto che non lo sia effettivamente è da attribuire alla temperatura del pavimento, decisamente non confortevole, né tantomeno favorevole alle mie cagionevoli membra. Non so il motivo di queste fantasie bizzarre, non voglio nemmeno trattarle come immagini da interpretare al fine di scoprire chissà quale disagio psichico, che forse gli si cela dietro. Se te ne faccio partecipe è per invitarti a condividere la stessa disposizione d'animo, ma anche a sederti un momento a terra nel vero senso della parola: un panorama donato alla vista dall'alta mole di un monte è sublime; l'orizzonte ci immerge nell'infinito; ma da terra, guardando il mondo da lì, è come se tutto diventasse familiare, accessibile, alla "nostra altezza".
Quello di oggi vuole essere, ancor più dei post precedenti, una richiesta di aiuto, di un confronto chiarificatore. Il dubbio fondamentalmente lo si può esprimere così: in che misura l'autore deve operare per gli altri? Può esistere un'arte tutta fatta per se stessi?


ESPERIMENTO: SCRIVERE RACCONTI

Come potrai notare scorrendo la home di Ma...in che senso?, o come ti sarai già accorto, ultimamente non ho esitato a pubblicare due articoli, concepiti come sperimentali: mi riferisco a Storiella non proprio sensata ma molto cara al malinconico autore e ad Il tacco della Zarina, due brevissimi racconti composti seguendo la mia maniera consueta di scrivere tal genere di cose (pur dovendo ammettere che in passato mi cimentavo con più frequenza in tali imprese), ossia procedendo per immagini, fantasticando, partendo da un vero e proprio vuoto in termini di intento, di morale, di qualsivoglia ispirazione, eccetto le fantasiose figure che animano i miei pensieri, magari perché suscitate da qualche stimolo esterno, come confessa il titolo del secondo racconto. 


LA PROVA: COME RAGGIUNGERE IL PUBBLICO ?

Sperimentali perché ho voglia di mettermi alla prova con questo linguaggio, con la narrativa. Io trovo che sia uno degli idiomi più spontanei che un individuo possa riscoprire fra i tanti assimilati. Ma come realizzare questo confronto? Trovandomi un pubblico. Obiettivamente, il blog è ancora piccolo e, in ogni caso, destinato ad una produzione di altro tipo: non voglio che diventi una Babele. "Libri e pensieri", stop, sono già andato abbastanza fuori tema con quelle due storielle. No, un pubblico devo cercarlo altrove, in spazi più larghi per così dire, in piazze più frequentate. L'ideale sarebbe riuscire a pubblicare una raccolta, ma sarei il primo a ridere di me stesso se aspirassi seriamente a tanto, anche perché altrimenti non avrebbero senso i miei dubbi, sarei già sicuro di saper comunicare coi lettori, che è invece la capacità che voglio testare e che, a ragione, ricercano gli editori. Magari in futuro riuscirò a maturarla, ma adesso è oltremodo precoce pensare così in grande, oltre che un controsenso rispetto a quello che mi propongo: la pubblicazione di un lavoro indipendente potrà avvenire quando avrò acquisito gli strumenti necessari a farlo funzionare. Prima di tutto, ho bisogno di conoscere il pubblico. Potrei provare su qualche rivista, se riuscissi a trovarne qualcuna disposta, o anche tentare la partecipazione a qualche concorso. 


LA CRISI: IL MESSAGGIO

Giunto a questo punto, entro in confusione. Fra le tante voci che si levano nella mia mente, riesco a distinguerne solo una: "Quale messaggio trasmettere? Saresti in grado di tracciarlo a caratteri universali?". Del messaggio in arte, di come sia percepibile da chiunque, anche se attraverso percorsi interpretativi diversi e vari, ne abbiamo discusso anche qui (vedi: L'autore e il suo messaggio). Al secondo quesito potrei rispondere che un modo per esprimerlo lo escogiterei, magari anche grossolanamente; ma a patto di sapere cosa comunicare.
Ecco come tutto si tramuta, come qualcosa di intimo, un piacere di cui si è gelosi, si veste da servitore, da lavoro in funzione di qualcun altro...

Questo quello che io temo, ciò che io non voglio. Non sono pronto ad usare colori scelti secondo il gusto altrui. E allora: è possibile conciliare il perseguimento dell'intimo diletto e la ricerca dell'altrui comprensione?

A te la parola.

Commenti

  1. Per la mia esperienza personale non si può prescindere dal gusto personale dello scrittore se si vuole fare della scrittura un'arte. Ognuno ha la propria ''arte'' personale che deriva dalla propria storia e dalle proprie esperienze, inevitabilmente e fortunatamente diverse da quelle degli altri.
    Poi a seconda della nostra sensibilità riusciamo ad immedesimarci in quelle degli altri e a farci protagonisti delle loro storie, ma se noi stessi non siamo in primis i protagonisti diretti o non delle nostre... allora che senso ha scriverle?

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Bella osservazione. Probabilmente, il fatto di condividere l'esperienza della vita fa da ponte tra gli animi degli individui, cosicché ciò intimamente provato da uno sia poi davvero intellegibile all'altro, cambiando qualche tratto durante il percorso sul ponte, magari abbronzandosi un po' o lasciandosi portar via dal vento il cappello, ma restando il medesimo nella sua forma di forza cosmica.

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