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IL TACCO DELLA ZARINA - Probabilmente ispirato dall'opera "Gli stivaletti" di Pyotr Ilyich Tchaikovsky

No, non riesco proprio a rispettare il piano editoriale, ultimamente. Ecco a voi una storia spontanea, scritta qualche ora prima di un noioso esame.


Avanzava a passo svelto, zoppicando. Eppure nessun difetto fisico giustificava la sua andatura claudicante. Gobbo, basso e rigido nei movimenti; ma non zoppo. Ah, ecco! Il tallone sinistro era stato sottoposto a così tante passeggiate frenetiche e, per di più, in compagnia di calzature tutt’altro che morbide, da non essere più in grado di poggiare per bene a terra senza tirare la cordicella legata al campanello del dolore.

Uscito da casa, aveva svoltato a destra, e non a sinistra, come forse sarebbe stato più immediato. In realtà, lo infastidiva passare ancora una volta sotto lo sguardo del fruttivendolo, sentinella immancabile sul lato della strada che il gobbo copriva coi suoi passi, e del tabaccaio, misterioso osservatore che invece osservava dalla parte opposta. Per non parlare poi della vecchietta del negozio d’arte, col viso scuro davanti alla vetrina, spettatrice immancabile ma, ci avrebbe giurato, testimone assolutamente reticente nel caso in cui qualche mal capitato fosse stato vittima di un qualsivoglia sopruso, attraversando la sua scena. 

Svoltando l’angolo, si era dunque ritrovato davanti la lunghissima e tranquilla via, che tanto amava gustarsi di notte, nel silenzio dei sogni altrui, procedendo lento lento, quasi rallentando ad ogni passo, per poi addirittura fermarsi qualche istante, contemplando il cielo, le scarpe, i pensieri, le mani screpolate e la scelleratezza del passante che osava interrompere quel dialogo muto, o monologo corale, delle sue membra. 

Il cielo era grigio, di quel grigio bluastro che egli temeva perché padrone della malinconia che in quei giorni, liberata del suo guinzaglio, assaliva come una furia le inferriate verdi, ramate in qualche punto, del suo spirito rassegnato, ormai da tempo dimentico della sua naturale tendenza verso l’alto, perché costretto a guardare in basso dalla forma ricurva del corpo suo ospite. 

Alla sua sinistra, oltre la strada, una fontanella, tre o quattro panchine solitamente frequentate da anziani con i rispettivi cani, o accompagnati da badanti premurose e sfrontate. Quanto le ammirava per questo! Delle Diana contemporanee - e non pretendere di trovare spiegazione a quest’immagine - . Il vento spinse una foglia ingiallita sul suo viso, tanto grande da coprire abbondantemente gli occhi del gobbo, che l’allontanò, non senza aver esitato qualche istante. 

Asini erano diventati padroni del cielo. Si sedette, tamburellò sul pavimento del marciapiede, insozzando le mani candide mentre spiriti barbuti e non uscivano, spezzando l’aria, da ogni fessura, da ogni crepa aperta lungo la via. E tutti danzarono a quel ritmo, volteggiando come plumbei sospiri, densi e silenziosi, sinuosi e aggraziati, e tra loro la zarina Alessandra, sguardo triste e busto perfetto, girava senza mai dimenticare di sbattere il tacco dello stivaletto sinistro dopo ogni terza piroetta. 

Cadde ricurvo in avanti, cessò il suo concerto. La zarina fu l’ultima a congedarsi.

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