L'AUTORE E IL SUO MESSAGGIO Passa ai contenuti principali

L'AUTORE E IL SUO MESSAGGIO

 
Seduti insieme su comode poltrone ideali, sono sempre io a lanciare l’argomento per una piacevole e interessante conversazione. Sì, mettiti comodo, rilassati. Come avrete notato dallo scorso articolo Impariamo a leggere, l’intenzione è quella di intraprendere un percorso sul mondo della lettura.
Una cosetta senza troppe pretese, non siamo critici né letterati di chissà quale spessore (se lo siete e non volete dimenticare per qualche minuto di esserlo, beh vi avviso che qui si parla in termini molto “terra terra”, proprio per voler usare l’espressione più evocativa fra quelle disponibili). Ed oggi vorrei parlarvi del cosiddetto messaggio. Il messaggio che un autore vuole diffondere con la sua opera, il messaggio che i lettori colgono dalla lettura di questa. 


QUELLO CHE SO

Chiunque scriva non lo fa esclusivamente per il piacere di premere qualche carattere sulla tastiera o di tracciare qualche parola su un foglio, ma anche perché si accorge di avere qualcosa da dire, e crede che questo qualcosa debba essere sottoposto all’attenzione del grande pubblico. In quanto scrittore, fuggirà sicuramente l’idea di presentare il suo pensiero in righe monotone e noiose: cercherà piuttosto di suggerirlo al lettore raccontando storie, esponendo vicende, presentando personaggi, architettando il tutto in maniera da lasciare più o meno trasparire questo messaggio e, al tempo stesso, allietando se stesso e quelli cui si rivolge con la sua scrittura. 

Questo è quello che mi hanno insegnato. E io ci credo, fosse solo per la convinzione che un’idea di fondo debba necessariamente sorreggere un qualsiasi lavoro. Il problema è che non mi hanno detto solo questo, ma hanno anche provato a farmi credere (come fosse cosa naturale ed ovvia) nell’effettiva possibilità di leggere a chiare lettere quello che una determinata opera rappresenti e contenga per il proprio autore; e riguardo ciò si articola questo post. 


PENSANDOCI UN PO'...

Io credo necessario per uno scrittore essere anzitutto consapevole che la sua opera raggiungerà sensibilità nettamente differenti fra loro. E se ci pensate un attimo su, il ragionamento non è poi così insensato, considerando che il successo di un libro, ma in generale del prodotto di qualsiasi mezzo di espressione, sta proprio nel riuscire ad essere apprezzato da un pubblico ampio, popolato da individui unici, e che quindi percepiranno ognuno a modo proprio ciò che leggeranno. Come può allora un’opera lanciare un messaggio inequivocabile? Sembrerebbe praticamente impossibile. O meglio, a primo acchito mi parrebbe che le cose stiano così. 

Ci sono ovviamente delle eccezioni, nel senso che se io scrittore scelgo un personaggio che sia il mio alter-ego e gli metto in bocca una serie di argomentazioni a favore della dieta vegan, è molto probabile che lo stia facendo perché è ciò che penso anch’io. Ma quello cui mi riferisco è l’insieme di pensieri e di emozioni, diciamo il turbamento generale che le parole scritte di un libro, come le pennellate di un quadro, provocano in colui che quelle parole e quelle pennellate le sta toccando con lo sguardo. Ecco, tutto questo è assolutamente imprevedibile, ed ogni sua forma sarà esclusiva per ciascun individuo. 

Partendo da queste premesse, capirete che un po’ di cose cambieranno. Sicuramente cambierà il modo con cui percepiremo il lavoro dello scrittore. Egli deve essere un vero e proprio maestro della parola, non solo perché ce la metterà tutta per esprimere ciò che lo sta spingendo a scrivere, ciò che lo sta ispirando, ma anche perché quelle parole dovranno percorrere strade tutte diverse. Per quanto romantica possa essere quest’idea, non è quindi vero che chi scriva o si dedichi ad altri tipi di arte, di arte destinata ad un pubblico, lo faccia solo in funzione di se stesso. Lo fa principalmente per se stesso, ma in funzione degli altri. 


MESSAGGIO UNIVERSALE: È POSSIBILE?

Allora non ha senso l’idea di un messaggio universale? Non lo so. O meglio, so che è possibile una cosa del genere, ma non riesco a trovare una spiegazione che mi soddisfi pienamente. Tantissime volte me lo sono chiesto. La conclusione che reputo più plausibile consiste sostanzialmente nell’ammettere tre dati di fatto euristicamente (mutuando un termine dal linguaggio matematico), ossia in modo arbitrario ma intuitivamente dedotto: 

• in primo luogo, ammetto la possibilità di rendere universale un messaggio; 
• successivamente, devo per necessità dare come certa l’universalità del linguaggio anche se, come ho detto prima, le strade che una frase si trova a percorrere sono diverse tanto quanto le persone da essa raggiunte; 
• in ultima fase, a fronte delle osservazioni fatte, non posso dimenticarmi di ammettere in ogni caso un certo margine di unicità, ovvero l’unicità dell’interpretazione. 

Questo potrebbe essere un quadretto abbastanza carino. 


CONCLUSIONI

In sintesi: il grande artista, padrone del linguaggio di cui si serve, può ottenere di raggiungere in egual misura tutti coloro cui verrà proposta la sua opera; ma ciascuno elaborerà comunque una via propria per comprendere il suo messaggio. Mi direte che non vi sto informando di nulla di nuovo, che sto ripetendo cose risapute ed ovvie. Toh, ovvie non so fino a che punto possano effettivamente esserlo; che siano risapute già è più plausibile, considerando che chi si è posto questi interrogativi sarà probabilmente giunto a conclusioni simili. E allora, se non vi è piaciuto questo articolo, vi propongo una riflessione alternativa: cosa pensate del potere che il linguaggio, la parola, ha in tutte le sue forme? Fatemelo sapere, se vi fa piacere. 

Buone letture!

Commenti

Post popolari in questo blog

AUSTEN E DOSTOEVSKIJ: UN INSOLITO CONFRONTO

Ho terminato, tra i pomeriggi di sabato e domenica scorsi, la lettura di "L'abbazia di Northanger", uno dei primi romanzi, e sicuramente il meno famoso, scritti da Jane Austen. In quei due giorni, nei momenti in cui mi concedevo delle pause da quella vispa e loquace distrazione, mi veniva stranamente a trovare il volto di Fëdor Dostoevskyij.  Immaginerai la confusione in cui la mia povera mente si ritrovava: leggevo la composta e calorosa quotidianità della Austen, e il padre di Raskol'nikov mi veniva a bussare alla porta!

Leggiamo il teatro: Shakespeare e Pirandello pt.2

Riccardo II ed Enrico IV
Abbandono dell'identità, rinuncia alla coscienza di sé: questi gli strumenti che il passo del Riccardo II shakespeariano analizzato nel precedente articolo ci ha indicato come gli unici capaci di garantire all'individuo un posto nel mondo. E lì si concludeva dicendo che l'Enrico IV pirandelliano sembra proprio percorrere questa strada.
Una comitiva di giovani signori dei primi decenni del XX secolo organizza una cavalcata in maschera in occasione del Carnevale: ognuno è chiamato a scegliersi un personaggio storico e ad impersonarlo indossando non solo un costume che lo ricordi, ma anche le vicende della sua stessa vita - la sua storia - e quanto della personalità del personaggio scelto sia possibile conoscere. 
Almeno, è così che il protagonista si prepara ad interpretare il suo Enrico IV di Franconia (non Enrico IV di Borbone: l'Enrico IV di cui si parla qui fu Sacro Romano Imperatore fra il 1084 e il 1105; l'altro fu il primo re di Franci…

GEORG SIMMEL・STUDI SU REMBRANDT

Due saggi, prodotti per la rivista "Logos" nella prima decade del '900 dal filosofo e sociologo tedesco Georg Simmel, dedicati all'interpretazione dell'opera del pittore di Leida. Una lettura che offre l'opportunità di avvicinarsi alla speculazione dell'autore, ma suppongo anche di riscoprirla in un ulteriore campo, quello estetico. Più affascinante, forse, la possibilità di venire istruiti su come mettere a fuoco l'immagine nell'ammirare l'arte di Rembrandt.